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venerdì 18 marzo 2016

Fiumi...

[...] mi viene solo in mente quella storia dei fiumi, [...] e al fatto che si son messi lì a studiarli perché giustamente non gli tornava 'sta storia che un fiume, dovendo arrivare al mare, ci metteva tutto quel tempo, cioè scelga, deliberatamente, di fare un sacco di curve, invece di puntare dritto allo scopo, [...] c'è qualcosa di assurdo in tutte quelle curve, e così si sono messi a studiare la faccenda e quello che hanno scoperto alla fine, c'è da non crederci, è che qualsiasi fiume, [...], prima di arrivare al mare fa esattamente una strada tre volte più lunga di quella che farebbe se andasse diritto, sbalorditivo, se ci pensi, ci mette tre volte tanto quello che sarebbe necessario, e tutto a furia di curve, appunto, solo con questo stratagemma delle curve, [...] è quello che hanno scoperto con scientifica sicurezza a forza di studiare i fiumi, tutti i fiumi, hanno scoperto che non sono matti, è la loro natura di fiumi che li obbliga a quel girovagare continuo, e perfino esatto, tanto che tutti, dico tutti, alla fine, navigano per una strada tre volte più lunga del necessario, anzi, per essere esatti, tre volte virgola quattordici, giuro, il famoso pi greco, non ci volevo credere, in effetti, ma pare che sia proprio così, devi prendere la loro distanza dal mare, moltiplicarla per pi greco e hai la lunghezza della strada che effettivamente fanno, il che, ho pensato, è una gran figata, perché, ho pensato, c'è una regola per loro vuoi che non ci sia per noi, voglio dire, il meno che ti puoi aspettare è che anche per noi sia più o meno lo stesso, e che tutto questo sbandare da una parte e dall'altra, come se fossimo matti, o peggio smarriti, in realtà è il nostro modo di andare diritti, modo scientificamente esatto, e per così dire già preordinato, benché indubbiamente simile a una sequenza disordinata di errori, o ripensamenti, ma solo in apparenza perché in realtà è semplicemente il nostro modo di andare dove dobbiamo andare, il modo che è specificatamente nostro, la nostra natura, per così dire, cosa volevo dire?, quella storia dei fiumi, sì, è una storia che se ci pensi è rassicurante, io la trovo molto rassicurante, che ci sia una regola oggettiva dietro a tutte le nostre stupidate, è una cosa rassicurante, tanto che ho deciso di crederci, e allora, ecco, quel che volevo dire è che mi fa male vederti navigare curve da schifo come quella di Couverney, ma dovessi anche andare ogni volta a guardare un fiume, ogni volta, per ricordarmelo, io sempre penserò che è giusto così, e che fai bene ad andare, per quanto solo a dirlo mi venga da spaccarti la testa, ma voglio che tu vada, e sono felice che tu vada, sei un fiume forte, non ti perderai...
(A. Baricco - City)

Ringrazio Domenico S per aver condiviso questa riflessione su FB

giovedì 24 dicembre 2015

Mani tese - Natale 2015

Il simbolo del mio pensiero di Natale è racchiuso in questa immagine: due mani tese. Le due mani tese simboleggiano e comunicano due cose: la prima è una richiesta di aiuto, la seconda è l'aiuto che viene offerto. Spesso questi gesti, queste richieste non sono verbali, si ha vergogna, paura… In questi anni mi sono trovato a tendere la mano in cerca di aiuto più volte. Spesso lo sconforto ha preso il sopravvento facendomi camminare in un tunnel senza vedere la luce. Ci sono state persone che invece hanno teso la loro mano verso di me, spesso in silenzio, con discrezione, mi sono state di aiuto. Mi hanno aiutato a rialzarmi... Il mio pensiero oggi, in questi giorni di festività dove tutto viene enfatizzato, va a tutte quelle "mani tese in cerca di aiuto" che possano presto incontrare l'altra "mano tesa che aiuta" a superare i momenti di difficoltà che nella vita incontriamo. Un Grazie particolare a tutte quelle "mani tese" che sono pronte ad aiutare il prossimo in modo incondizionato… Questo il mio augurio e proposito per questo natale: Uniamo le mani…Sereno Natale a tutti...

sabato 5 settembre 2015

"L'uomo bianco in quella foto" di Riccardo Gazzaniga

Quante volte abbiamo visto questa foto e ci siamo sempre soffermati sui pugni chiusi alzati, nessuno si è chiesto cosa pensasse "l'uomo bianco in quella foto"… Nemmeno io… Qualche giorno fa ascoltando a radio deejay la trasmissione "Tropicalpizza" ho ascoltato la storia attraverso le parole del giornalista Riccardo Gazzaniga. Da questa storia è stato tratto un film. Se vi ho incuriosito di seguito l'articolo e la sua storia. Buona lettura

L'UOMO BIANCO IN QUELLA FOTO
Le fotografie, a volte, ingannano.
Prendete questa immagine, per esempio. 
Racconta il gesto di ribellione di Tommie Smith e John Carlos il giorno della premiazione dei 200 metri alle Olimpiadi di Città del Messico e mi ha ingannato un sacco di volte.
L’ho sempre guardata concentrandomi sui due uomini neri scalzi, con il capo chino e il pugno guantato di nero verso il cielo, mentre suona l’inno americano. Un gesto simbolico fortissimo, per rivendicare la tutela dei diritti delle popolazioni afroamericane in un anno di tragedie come la morte di Martin Luther King e Bob Kennedy.
È la foto del gesto storico di due uomini di colore. Per questo non ho mai osservato troppo quell’uomo, bianco come me, immobile sul secondo gradino.

L’ho considerato una presenza casuale, una comparsa, una specie di intruso. Anzi, ho perfino creduto che quel tizio – doveva essere un inglese smorfioso – rappresentasse, nella sua glaciale immobilità, la volontà di resistenza al cambiamento che Smith e Carlos invocavano con il loro grido silenzioso.
Invece sono stato ingannato. 
Grazie a un vecchio articolo di Gianni Mura, oggi ho scoperto la verità: l’uomo bianco nella foto è, forse, l’eroe più grande emerso da quella notte del 1968.
Si chiamava Peter Norman, era australiano e arrivò alla finale dei 200 metri dopo aver corso un fantastico 20.22 in semifinale. Solo i due americani Tommie “The Jet” Smith e John Carlos avevano fatto meglio: 20.14 il primo e 20.12 il secondo.
La vittoria si sarebbe decisa tra loro due, Norman era uno sconosciuto cui giravano bene le cose. John Carlos, anni dopo, disse di essersi chiesto da dove fosse uscito quel piccoletto bianco. Un uomo di un metro settantotto che correva veloce come lui e Smith, che superavano entrambi il metro e novanta.
Arrivò la finale e l’outsider Peter Norman corse la gara della vita, migliorandosi ancora. Chiuse in 20.06, sua prestazione migliore di sempre e record australiano ancora oggi imbattuto, a 47 anni di distanza.
Ma quel record non bastò, perché Tommie Smith era davvero “The jet” e rispose con il record del mondo. Abbatté il muro dei venti secondi, primo uomo della storia, chiudendo in 19.82 e prendendosi l’oro.
John Carlos arrivò terzo di un soffio, dietro la sorpresa Norman, unico bianco in mezzo ai fuoriclasse di colore.
Fu una gara bellissima, insomma.
Eppure quella gara non sarà mai ricordata quanto la sua premiazione.

Non passò molto dalla fine della corsa perché si capisse che sarebbe successo qualcosa di forte, di inaudito, al momento di salire sul podio.
Smith e Carlos avevano deciso di portare davanti al mondo intero la loro battaglia per i diritti umani e la voce girava tra gli atleti.
Norman era un bianco e veniva dall’Australia, un paese che aveva leggi di apartheid dure quasi come quelle sudafricane. Anche in Australia c’erano tensioni e proteste di piazza a seguito delle pesanti restrizioni all’immigrazione non bianca e leggi discriminatorie verso gli aborigeni, tra cui le tremende adozioni forzate di bambini nativi a vantaggio di famiglie di bianchi. 
I due americani chiesero a Norman se lui credesse nei diritti umani.
Norman rispose di sì.
Gli chiesero se credeva in Dio e lui, che aveva un passato nell’esercito della salvezza, rispose ancora sì.
“Sapevamo che andavamo a fare qualcosa ben al di là di qualsiasi competizione sportiva e lui disse “sarò con voi” – ricorda John Carlos – Mi aspettavo di vedere paura negli occhi di Norman, invece ci vidi amore”. 
Smith e Carlos avevano deciso di salire sul podio portando al petto uno stemma del Progetto Olimpico per i Diritti Umani, un movimento di atleti solidali con le battaglie di uguaglianza.
Avrebbero ritirato le medaglie scalzi, a rappresentare la povertà degli uomini di colore. E avrebbero indossato i famosi guanti di pelle nera, simbolo delle lotte delle Pantere Nere.
Ma prima di andare sul podio si resero conto di avere un solo paio di guanti neri.
“Prendetene uno a testa” suggerì il corridore bianco e loro accettarono il consiglio.
Ma poi Norman fece qualcos’altro.
“Io credo in quello in cui credete voi. Avete uno di quelli anche per me?“ chiese indicando lo stemma del Progetto per i Diritti Umani sul petto degli altri due. “Così posso mostrare la mia solidarietà alla vostra causa”.
Smith ammise di essere rimasto stupito e aver pensato: “Ma che vuole questo bianco australiano? Ha vinto la sua medaglia d’argento, che se la prenda e basta!”.
Così gli rispose di no, anche perché non si sarebbe privato del suo stemma. Ma con loro c’era un canottiere americano bianco, Paul Hoffman, attivista del Progetto Olimpico per i Diritti Umani. Aveva ascoltato tutto e pensò che “se un australiano bianco voleva uno di quegli stemmi, per Dio, doveva averlo!”. Hoffman non esitò: “Gli diedi l’unico che avevo: il mio”.
I tre uscirono sul campo e salirono sul podio: il resto è passato alla storia, con la potenza di quella foto.
“Non ho visto cosa succedeva dietro di me – raccontò Norman – Ma ho capito che stava andando come avevano programmato quando una voce nella folla iniziò a cantare l’inno Americano, ma poi smise. Lo stadio divenne silenzioso”.
Il capo delegazione americano giurò che i suoi atleti avrebbero pagato per tutta la vita quel gesto che non c’entrava nulla con lo sport. Immediatamente Smith e Carlos furono esclusi dal team americano e cacciati dal villaggio olimpico, mentre il canottiere Hoffman veniva accusato pure lui di cospirazione.
Tornati a casa i due velocisti ebbero pesantissime ripercussioni e minacce di morte.
Ma il tempo, alla fine, ha dato loro ragione e sono diventati paladini della lotta per i diritti umani. Sono stati riabilitati, collaborando con il team americano di atletica e per loro è stata eretta una statua all’Università di San José.
In questa statua non c’è Peter Norman.
Quel posto vuoto sembra l’epitaffio di un eroe di cui nessuno si è mai accorto. Un atleta dimenticato, anzi, cancellato, prima di tutto dal suo paese, l’Australia.
Quattro anni dopo Messico 1968, in occasione delle Olimpiadi di Monaco, Norman non fu convocato nella squadra di velocisti australiani, pur avendo corso per ben 13 volte sotto il tempo di qualificazione dei 200 metri e per 5 sotto quello dei 100.
Per questa delusione, lasciò l’atletica agonistica, continuando a correre a livello amatoriale.
In patria, nell’Australia bianca che voleva resistere al cambiamento, fu trattato come un reietto, la famiglia screditata, il lavoro quasi impossibile da trovare. Fece l’insegnante di ginnastica, continuò le sua battaglie come sindacalista e lavorò saltuariamente in una macelleria. Un infortunio gli causò una grave cancrena e incorse in problemi di depressione e alcolismo.
Come disse John Carlos “Se a noi due ci presero a calci nel culo a turno, Peter affrontò un paese intero e soffrì da solo”.
Per anni Norman ebbe una sola possibilità di salvarsi: fu invitato a condannare il gesto dei suoi colleghi Tommie Smith e John Carlos, in cambio di un perdono da parte del sistema che lo aveva ostracizzato. Un perdono che gli avrebbe permesso di trovare un lavoro fisso tramite il comitato olimpico australiano ed essere parte dell’organizzazione delle Olimpiadi di Sidney 2000.
Ma lui non mollò e non condannò mai la scelta dei due americani.
Era il più grande sprinter australiano mai vissuto e detentore del record sui 200, eppure non ebbe neppure un invito alle Olimpiadi di Sidney. Fu il comitato olimpico americano, una volta scoperta la notizia a chiedergli di aggregarsi al proprio gruppo e a invitarlo alla festa di compleanno del campione Michael Johnson per cui Peter Norman era un modello e un eroe.
Norman morì improvvisamente per un attacco cardiaco nel 2006, senza che il suo paese lo avesse mai riabilitato.
Al funerale Tommie Smith e John Carlos, amici di Norman da quel lontano 1968, ne portarono la bara sulle spalle, salutandolo come un eroe.
“Peter è stato un soldato solitario. Ha scelto consapevolmente di fare da agnello sacrificale nel nome dei diritti umani. Non c’è nessuno più di lui che l’Australia dovrebbe onorare, riconoscere e apprezzare” disse John Carlos.
“Ha pagato il prezzo della sua scelta – spiegò Tommie Smith – Non è stato semplicemente un gesto per aiutare noi due, è stata una SUA battaglia. È stato un uomo bianco, un uomo bianco australiano tra due uomini di colore, in piedi nel momento della vittoria, tutti nel nome della stessa cosa”.
Solo nel 2012 il Parlamento Australiano ha approvato una tardiva dichiarazione per scusarsi con Peter Norman e riabilitarlo alla storia con queste parole: 
“Questo Parlamento riconosce lo straordinario risultato atletico di Peter Norman che vinse la medaglia d’argento nei 200 metri a Città del Messico, in un tempo di 20.06, ancora oggi record australiano.
Riconosce il coraggio di Peter Norman nell’indossare il simbolo del Progetto OIimpico per i Diritti umani sul podio, in solidarietà con Tommie Smith e John Carlos, che fecero il saluto del “potere nero”.
Si scusa tardivamente con Peter Norman per l’errore commesso non mandandolo alle Olimpiadi del 1972 di Monaco, nonostante si fosse ripetutamente qualificato e riconosce il potentissimo ruolo che Peter Norman giocò nel perseguire l’uguaglianza razziale”.
Ma, forse, le parole che ricordano meglio di tutti Peter Norman sono quelle semplici eppure definitive con cui lui stesso spiegò le ragioni del suo gesto, in occasione del film documentario “Salute”, girato dal nipote Matt.
“Non vedevo il perché un uomo nero non potesse bere la stessa acqua da una fontana, prendere lo stesso pullman o andare alla stessa scuola di un uomo bianco.
Era un’ingiustizia sociale per la qualche nulla potevo fare da dove ero, ma certamente io la detestavo.
È stato detto che condividere il mio argento con tutto quello che accadde quella notte alla premiazione abbia oscurato la mia performance.
Invece è il contrario.
Lo devo confessare: io sono stato piuttosto fiero di farne parte”.

(Riccardo Gazzaniga)

giovedì 26 marzo 2015

"Sogni e Progetti" di Luca Parmitano

tratto dall'intervista a Luca Parmitano (Millionaire marzo 2015)

D:Qual è il giusto rapporto da avere con i sogni?
R: "Bisogna sempre averne. Il sogno vero deve essere lontanissimo, quasi irraggiungibile. E' una luce che ti guida nella vita".
D: E con i progetti?
R: "I progetti sono i sogni alla nostra portata. Vanno costruiti e perseguiti nel quotidiano, un passo dopo l'altro. Valgono sempre e possono avere un orizzonte temporale anche a 5 e 10 anni. Si alimentano, specie quando si tratta di progetti difficili, con l'energia, la carica e la motivazione che ci derivano dai sogni…"

Chi è Luca Parmitano: è Maggiore pilota dell'Aeronautica Militare e Astronauta. Ha accumulato più di 2000 ore di volo, si è qualificato su oltre 20 tipi fra aerei ed elicotteri militari. E' stato il sesto astronauta italiano, il quarto ad abitare la stazione spaziale internazionale, il primo italiano impegnato in attività extraveicolari. Ha trascorso 166 giorni nello spazio ed è stato ambasciatore del Semestre italiano alla UE.

lunedì 8 dicembre 2014

"7 cose da ricordare quando ti senti bloccato/a" di Lucia Giovannini

Lucia Giovannini
A volte capita di sentirci bloccati, di non sapere che strada prendere nella nebbia dell’indecisione tanto che diciamo “non so cosa fare”. In realtà, ci sono tante cose che possiamo fare per superare questi momenti che, prima o poi, capitano a tutti.
Abbiamo sempre il potere di andare avanti, non importa quali siano gli ostacoli che troviamo lungo il nostro cammino. In ogni momento, possiamo sempre scegliere cosa pensare e cosa fare.
Ogni giorno è nuovo e unico e porta con sè la possibilità di farci diventare chi vogliamo essere!

Ecco 7 cose da ricordare quando ti senti bloccata/o!

1. Sentirsi bloccata/o è una sensazione, non una realtà

Quando cambi il modo di vedere le cose, cambia il mondo intorno a te. Sentirsi bloccata/o è una sensazione, non una realtà. Come decidi di vivere la tua vita, è una tua responsabilità. Magari stai aspettando la risposta per un lavoro o un trasferimento e questa tarda ad arrivare. Su questo non hai alcun controllo, ma puoi decidere come reagire nel frattempo! In che modo pre-occuparti, ovvero occuparti di qualcosa prima che accada, ti aiuta a vivere serenamente?

2. Il passato è passato

A volte desideriamo andare oltre determinate situazioni, ma rimaniamo con un piede nel passato. Ciò che è stato, è stato, non può essere cambiato. Ma puoi decidere di perdonare qualcosa o qualcuno che ti ha fatto del male e guardare avanti. Lasciare andare persone o situazioni che sono un ostacolo alla tua evoluzione ti libererà dalle catene che ti sei messa/o addosso (sì, proprio tu!). Quando lascerai andare il dolore del rimpianto, del rimorso e della frustrazione ti accorgerai di una nuova luce e di una nuova energia, proprio quella che ti serve per aprirti al nuovo.

3. Sentirsi bloccati è segno che è necessario un cambiamento

La vita ci invia sempre dei messaggi, in ogni momento. Quando ci sentiamo bloccati, la vita ci sta invitando a un cambiamento, perché le situazioni che abbiamo vissuto fino a quel momento, non vanno più bene per noi. Come scrivo in Mi Merito il Meglio, la vita ogni tanto ha bisogno di spingerci per guidarci. Una pianta man mano che cresce va travasata. Quando travasiamo le nostre piante in casa non abbiamo dubbi. Sappiamo che se non togliamo la pianta dal vaso che ormai è diventato troppo piccolo non riceverà più nutrimento per crescere, prima deperirà poi morirà. Mentre se la travaseremo crescerà forte e robusta. A volte anche la vita (o Dio) ci trapianta, ci toglie da vecchie relazioni, vecchi lavori e lo fa senza dubbi, perché sa che ci serve nuova terra, un vaso più grande. Perché abbiamo paura di rimanere senza vaso?

4. Dici che non sai la risposta…ma sei sicura/o che la domande sia corretta?

Quante volte ci preoccupiamo di non avere le risposte giuste senza chiederci se le domande che ci stiamo facendo siano corrette? Una delle domande da farsi quando siamo confusi e in preda agli eventi è “Cosa sta succedendo per me?”ovvero “In che modo questa situazione mi serve per la mia evoluzione?”. Porsi questa domanda ti aiuta a uscire dal vittimismo e dall’autocommiserazione, superare i tuoi limiti e ritrovare la strada. Un’altra domanda molto potente è “Che cosa farei se non avessi paura?”. La paura ci porta a inventare scuse che ci allontanano da quello che è più giusto per la nostra evoluzione. Aspettiamo che qualcosa di magico accada per farci uscire dalla situazione di stallo, quando invece gli unici che abbiamo la bacchetta magica siamo noi!

5. Non è semplice, ma ne vale la pena

Ci vuole molto coraggio per ammettere a noi stessi che qualcosa non va e deve essere cambiato e ce ne vuole ancora di più per prendersi la responsabilità di attuare questo cambiamento. Il cambiamento, se ci pensate, è la cosa più naturale del mondo. La vita è un continuo cambiamento! È più doloroso restare in una situazione che non ci appartiene che lasciarla per imboccare la strada che ci indica il cuore.

6. Segui il tuo intuito e sii te stessa/o

Lascia perdere le opinioni e i condizionamenti degli altri, segui il tuo intuito, l’unico che sa sempre quello che è giusto per te. La libertà è soprattutto quella della mente. Siamo tutti perfetti nelle nostre imperfezioni, nessuno escluso. Quando siamo liberi di essere noi stessi, ci apriamo all’amore e alla comprensione. Mostrarsi vulnerabili è un segno di grande forza. Vuol dire che nessun giudizio proveniente dagli altri sarà in grado di influenzarci e saremo invincibili!

7. Liberati dalle aspettative

Le aspettative sono proprio quelle che ci schiacciano tra passato e futuro e ci impediscono di vivere il presente, l’unico momento che esiste e in cui possiamo prendere delle decisioni. Le aspettative provocano ansia e agitazione, inducono attaccamenti eccessivi al risultato e ci fanno dire: Sarò felice solo quando…ricorda che “la vita è un viaggio, non una destinazione!” (Ralph Waldo Emerson).
(Liberamente adattato da Life Hacker)

venerdì 21 novembre 2014

TED conference

ISPIRAZIONE. Ecco cosa abbiamo bisogno oggi nella nostra vita. Da cosa possiamo essere ispirati? Sicuramente per quanto mi riguarda dall'esperienza e dalle storie di altre persone.

Qualche anno fa sono venuto a conoscenza di "TED conference" e ne sono rimasto "piacevolmente folgorato", mi si è aperto un "mondo di contaminazioni" su più fronti e su molteplici argomenti. A distanza di diversi anni però, parlando con altre persone mi sono reso conto che pochissime lo conoscono. Allora mi sono chiesto: "Perché?…"
Allora ho deciso di farvelo conoscere. Continuerò ad aggiornarvi attraverso questo blog e la pagina FB… seguitemi...

Cos'è TED?
per rispondere a questa domanda ricorro a "wikipedia"
"TED (Technology Entertainment Design) è una conferenza che si tiene ogni anno a Monterey, California e, recentemente, ogni due anni in altre città del mondo.
La sua missione è riassunta nella formula "ideas worth spreading" (idee che val la pena siano diffuse). Le migliori conferenze sono state pubblicate gratuitamente sul sito web del TED. Le lezioni abbracciano una vasta gamma di argomenti che comprendono scienza, arte, politica, temi globali, architettura, musica e altro. I relatori stessi provengono da molte comunità e discipline diverse[2][3], tra cui l'ex presidente degli USA Bill Clinton[4], il Premio Nobel James Dewey Watson[5], il produttore televisivo e attivista politico Norman Lear, il fisico Murray Gell-Mann[6], il co-fondatore di Wikipedia Jimmy Wales[7] e i co-fondatori di Google Sergey Brin e Larry Page[8]. Al TED Conference si è aggiunto il TED Global, che si svolge in varie località. Ancora, esistono i TEDx, eventi organizzati in modo autonomo ma basati sulla filosofia TED, e nel pieno rispetto delle linee guida TED: in Italia meritano una speciale menzione TEDxTrento e TEDxPadova. (PS: mentre scrivevo questo post non conoscevo gli esempi italiani. Bene, sono andato a documentarmi sui loro siti e pagine FB ed ho scoperto delle bellissime realtà a portata di mano…)
La sede centrale del personale del TED è a New York City e a Vancouver.
Circa 200 conferenze TED si possono ascoltare online, con il supporto di traduzione automatica dei sottotitoli in tutte le lingue esistenti, basato sulla piattaformadotSUB. Si riporta che siano state viste più di 30 milioni di volte.[9] Dal mese di settembre 2011, una selezione delle conferenze viene trasmessa settimanalmente da Rai 5, all'interno del programma televisivo TED Talks[10]."
La cosa più formidabile di TED è la sensazione di poter ascoltare gratuitamente un premio nobel ad una lezione della Stanford University senza dover pagare la retta universitaria. Non male vero? Un’altra particolarità che potrebbe passare inosservata, ma che per gli individui come me rappresenta una manna dal cielo, è la lunghezza dei filmati, che solitamente si aggira attorno ai 10 minuti: giusto il tempo per mantenere la concentrazione ai massimi storici. Aggiungete al tutto un pizzico d’ironia: ogni evento TED tiene gli ascoltatori incollati alle poltrone grazie allo straordinario umorismo dei suoi relatori.
I video sono in inglese, ma sul sito (e nelle varie app per smarthone e tablet) c'è la possibilità di tradurlo on varie lingue con sottotitoli. Che dire ancora: Buona visione ed ispirazione con TED

Per vedere i contenuti clicca su :



domenica 9 novembre 2014

9 novembre 2014: Ci sono ancora tanti "MURI" da abbattere ...

Avevo in mente di scrivere questo post diverse settimane fa, ma sono contento di farlo oggi perché il suo significato viene amplificato dalla data: 9 novembre 2014, 25 anni dalla Caduta del muro di Berlino. Un passaggio epocale nella nostra Storia di "europei", ma non ancora terminato...

Ma andiamo per ordine: come dicevo qualche settimana fa ho avuto lo spunto per questa riflessione, stavo vedendo l'inizio di una partita di calcio di "Champions League" e il mio sguardo si sofferma su una foto di gruppo che fanno tutti i calciatori insieme sotto ad un cartello che cita "Say no to racism" (di no al razzismo); da qui la mia domanda e la mia riflessione: nel 2014 c'è ancora bisogno di sensibilizzare le persone verso queste tematiche? … Guardandomi intorno, penso, evidentemente si…

Se proviamo ad allargare il significato di "MURO" vediamo che oltre al razzismo ci sono altre forme di discriminazione alcune volte più subdole, vigliacche ed ipocrite sia nella vita quotidiana ma anche in quella lavorativa che devono essere abbattuti:
- il "muro" della condizione femminile ancora vittima di violenze ed abusi anche e soprattutto in ambienti domestici;
- il "muro" della violenza sui minori anche e soprattutto in ambienti domestici;
- il "muro" della discriminazione delle mamme in alcuni luoghi di lavoro;
- il "muro" della discriminazione degli over 40 nel mondo del lavoro;
- il "muro" della discriminazione (sfruttamento) degli under 30 nel mondo del lavoro;
- il "muro" della discriminazione per i diversamente abili, sia nella ns società che nel lavoro;
- il "muro" della discriminazione per orientamento sessuale;
- il "muro" della discriminazione per orientamento religioso;
- … forse ne ho dimenticati altri…

Allora, possiamo dire purtroppo, che tutti questi "MURI" sono ancora intorno a noi, e spetta solo a noi di abbatterli. E' più facile abbattere i muri veri, quelli fisici, piuttosto che i "MURI INVISIBILI che ci circondano"…

9 novembre 2014: 25 anni dalla caduta del muro di Berlino, voglio ricordarlo così :…



mercoledì 3 settembre 2014

Il mattino ha l'oro in bocca

Dedicato a chi fa impresa, a chi intende intraprendere un'attività imprenditoriale  o autonoma, a tutte quelle persone che intendono ottimizzare il proprio tempo. 
Buona lettura

tratto da "Millionaire" (settembre 2014)

IL MATTINO HA L'ORO IN BOCCA - otto passi per rendere la propria giornata produttiva

1 PIANIFICA LA TUA GIORNATA
Fissa le priorità alle cose da fare. Se sei un tipo che lavora meglio al mattino, organizzati in modo da fare il lavoro più pesante nelle prime ore della giornata

2 NON CONTROLLARE LA POSTA ELETTRONICA CONTINUAMENTE O APPENA SVEGLIO
Distrae e fa perdere tempo. Guardala dalle 9 alle 10 del mattino. Se stai lavorando ad un progetto importante, non controllare la email più di tre volte al giorno

3 RICORDATI I TUOI RISULTATI
Prenditi pochi minuti all'inizio del giorno, per ricordare a te stesso i successi della tua impresa

4 FAI UNA COSA ALLA VOLTA
Viviamo in un mondo che ci richiede di fare più cose contemporaneamente. Ma questo comporta distrazioni ed errori. Per essere davvero produttivi ed efficienti, bisogna concentrarsi sul focus e delegare quando è possibile

5 IMPARA A DIRE DI NO
No è la parola più importante da imparare. Essere selettivi su ciò che si accetta di fare è una grande conquista

6 VALORIZZA IL TUO TEMPO
Non si rinnova. Evita distrazioni. Usalo per te stesso e la tua impresa. Fissa riunioni in un orario stabilito, rispettalo e fai in modo che anche gli altri lo rispettino

7 DELEGA
Gli imprenditori, soprattutto all'inizio, credono di poter fare tutto da soli in modo da risparmiare. In realtà ci sono un sacco di compiti banali che fanno perdere tempo. Se il lavoro ti travolge, assumi qualcuno che ti aiuti

8 ASCOLTA
Sii presente quando parli con i colleghi o i tuoi collaboratori e cerca di capire cosa dicono. Così eviti di chiedere chiarimenti più tardi

Airbnb: indovina chi viene a casa...

Qualche tempo fa avevo letto su "Silicon Valley2" (pubblicazione allegata alla rivista Millionaire" la storia di "Airbnb" e mi aveva da subito affascinato; ma non mi piaceva condividere con voi un "sistema" che non avevo sperimentato direttamente in prima persona.
Già, perché Airbnb è molto di più: è un'azienda (valutata più di 2,5 miliardi di dollari), è un sito, un socialnetwork, un app, un sistema insomma che mette in contatto milioni di persone nel mondo.
Ho avuto modo di sperimentare questo "sistema" recentemente in due esperienze: la prima a Barcellona, la seconda a Bologna. In entrambi i casi ho trovato persone disponibilissimi, prezzi accessibili, e servizi in casa di alto livello, tutto come descritto nelle schede e riportato nelle foto. 
Un modo diverso per viaggiare e soggiornare, visitando posti nuovi ma allo stesso tempo "respirare" il profumo di una Casa…
Provare per credere :)
Nel frattempo buona lettura.

sito: www.airbnb.it

tratto da "Silicon Valley 2" - le guide di "Millionaire"


Tre amici con un appartamento in affitto cercano un modo per pagarsi le spese. Inventano Airbnb, la community che fa incontrare chi ha una casa con chi vuole prenotare un alloggio breve. In poco tempo fanno boom. Perché la casa costa
meno di un albergo e ci si diverte di più


E' il 2008 e Joe Gebbia, Brian Chesky e Nathan Blecharczyk, tre amici 26enni di San Francisco che condividono un appar- tamento, lasciano il proprio lavoro di designer per creare una
startup. Ma pochi giorni dopo, il proprietario di casa aumenta l’affitto del 25%. I tre ragazzi devono trovare i soldi per coprire l’emergenza. Proprio in quei giorni a San Francisco, c’è un’im- portante conferenza e in città non si trova dove dormire. Da qui l’idea: affittare lo spazio extra che hanno a casa. In cinque giorni hanno creato il sito, inventato il nome e si sono fatti pubblicità. «Abbiamo scattato le foto e le abbiamo inviate ai blogger che seguivano la manifestazione» spiega Joe Gebbia a Millionaire. «In quel weekend tre persone dormivano nel nostro salotto, su materassini gonfiabili. Incasso: 1.000 dollari».
Nasce così Airbnb, nome abbreviato per air bed and breakfast (air bed significa materassino gonfiabile), un portale che mette in contatto chi ha spazio in più da affittare con chi è in cerca di un alloggio per una notte, una settimana o un mese. «Dopo l’e- vento, abbiamo capito che la strada era quella giusta. Non aveva- mo esperienze nel campo, ma volevamo risolvere un problema. 

Avevamo capito che potevamo guadagnare e vivere un’esperien- za social a 360°». Detto fatto, i tre amici investono tutto quello che hanno (18mila dollari ciascuno) e si buttano nell’impresa. «Per tro- vare le prime case, abbiamo sparso  la voce tra gli amici, le mamme, i parenti. Lavoravamo sui grandi eventi. Ci informavamo: quando sarà la prossima fiera? Intorno a essa costruivamo un network di alloggi, intanto ci davamo da fare per cercare i finanziamenti. Tutto senza intoppi. Già dopo otto mesi abbiamo ricevuto il finanziamento per 60mila dollari da Sequoia Capital. Per intenderci, il venture capital di Google. Dal 2010 abbiamo avuto un vero e proprio boom di richieste».
IL BOOM DEGLI AFFITTI BREVI
Tutti pazzi per la formula. C’è chi possiede un immobile in città e vuole metterlo a reddito senza affidarsi alle forme di affitto tradizionale. Chi ha una seconda casa che sfrutta pochi mesi l’anno e decide di guadagnare qualcosa per pagarsi le spese. C’è chi deve partire per motivi di lavoro e non vuole lasciare il proprio appartamento improduttivo. O chi per arrotondare è disposto ad affittare una stanza della propria casa in occasione di una fiera.
«Dopo San Francisco, ci siamo chiesti: qual è la città americana dove tutti vogliono andare almeno una volta nella vita? Risposta: New York. Così abbiamo iniziato la nostra espansione, aprendo  la seconda sede di Airbnb. Dopo New York, è stata la volta di Parigi e Roma».
Oggi, a quattro anni dalla sua nascita, Airbnb è presente in 192 Paesi del mondo, con 10 milioni di notti prenotate (erano 5 milioni un anno fa). Ogni 2 secondi viene prenotato un apparta- mento. In questo momento 38 milioni di persone stanno usando Airbnb (15 milioni in America, 1 milione in Italia). Nel nostro Paese, in un anno, si è registrata una crescita del 900%. «Que- sta espansione ha attirato nuovi investitori. Nel 2010 abbiamo ricevuto 7,2 milioni di dollari. Nel 2011, 112 milioni di dollari».
COME FUNZIONA
«Il nostro è un marketplace, dove ognuno può inserire la sua proprietà e mettere il prezzo, sarà poi il mercato a decretare se quella casa è appetibile». L’iscrizione è gratuita: il proprietario compila un modulo online con la descrizione della propria casa. Dopo pochi giorni, un fotografo della rete di Airbnb lo contatta, si reca sul posto, controlla la proprietà e fa degli scatti professionali. «L’immagine è tutto nel mondo social. Nel nostro sito non  si trovano foto amatoriali, ma immagini scattate da un network di 3.000 fotografi professionisti. Per noi è fondamentale che le aspetta- tive di chi prenota coincidano con quelle che si troveranno all’arrivo in casa. Non solo: una foto ad alta risoluzione coglie la bellezza di ogni angolo e aiuta a rendere più attraente un ambiente». A questo punto si crea l’an-

nuncio con la foto della casa e quella del proprietario: questo genera un rapporto più diretto
e basato sulla fiducia. Il prezzo è fissato dal proprietario, che sarà contattato direttamente dal viaggiatore, ma sarà pagato solo a soggiorno effettuato. Airbnb trattiene una commissione del 3% al proprietario e dal 6 al 12% (in base alla durata del soggiorno) al viaggiatore. 

FIDATI E CONDIVIDI

«Il fenomeno degli affitti brevi è in espansione in tutto il mondo. Il nostro successo dipende da tre fattori: consente alle persone di risparmiare (l’ospite), di guadagnare (chi affitta) e di scambiarsi esperienze. Una ragazza di Boston fu così entusiasta dei giorni passati con noi a San Francisco, che decise di trasferirsi in città sei mesi dopo. Con Airbnb le persone possono scoprire il lato autentico delle città e delle culture che visitano. E con la nostra impresa abbiamo cambiato il modo di viaggiare. La nostra com- munity è composta da utenti desiderosi di esplorare il mondo attraverso la condivisione dei propri spazi.
Cosa ci distingue dai siti concorrenti? La social connection. Su Airbnb vedi la faccia di chi ti ospita, puoi consultare il suoprofilo sui social network, scoprire se hai amicizie o connessioni in comune. C’è di più: è possibile filtrare i risultati delle ricerche per vedere quali alloggi sono stati recensiti dai propri amici» ci ha spiegato Gebbia.
Con Airbnb chiunque può essere un imprenditore e un amba- sciatore del proprio Paese. «In Italia avete grandi potenzialità: Roma, Milano, Firenze e Venezia sono città che tutto il mondo vuole visitare. Il nostro motto è trust and sharing: fiducia e con- divisione. Puoi guadagnare, imparare una lingua, fare amicizia con chi ospiti».
Case sugli alberi, castelli, ville, igloo, barche, roulotte: tutto può essere messo in affitto. «Il sistema di pagamento è sicuro, il nostro supporto clienti è attivo 24 ore su 24 e se qualcuno vi distrugge la casa, abbiamo una garanzia fino a 35mila euro. Ma niente paura, finora è successo soltanto due volte».
Da un appartamento in affitto alle stelle, la storia dei tre designer di San Francisco assomiglia a una favola perfetta. E per ringra- ziare i milioni di utenti, i tre imprenditori hanno allestito nella sede principale di San Francisco alcune stanze riproponendo gli interni delle case più cliccate. La sala riunioni? Assomiglia alla più famosa casa sull’albero della California. 

sabato 16 agosto 2014

Pensieri estivi di un italiano a Londra

"Pensieri estivi di un italiano a Londra" di Fernando Silvi (1)

Muoversi in una citta’ come Londra, nelle prime ore del giorno e’ strano, interessante, annikilente, eccitante e non so quali altri aggettivi potrei enunciare. Si entra in contatto con migliaia di persone, di destini diversi, con decine di culture ed etnie che provengono da tutto il mondo. Viaggio ogni giorno per circa un’ora e venti nel sottosuolo di Londra, da piu’ di un mese e mezzo, ed in tutto questo tempo non ho mai incrociato le stesse persone per due volte. All’interno delle carrozze della metro difficilmente qualcuno non indossa le cuffiette ed ascolta musica ad altissimo volume, tutti guardano le proprie gambe o leggono il giornale, il loro ebook o guardano il proprio fil sul tablet, ma nessuno, ripeto, nessuno alza gli occhi e si guarda in giro, e chi lo fa sembra aver paura ad incrociare gli sguardi degli altri. Tutti corrono, si muovono ad una velocita’ che ormai e’ diventata “normale”, per tutti, ed in questa velocita’, camminare con la calma che normalmente ho quando passeggio con gli amici, e’ estremamente rilassante per me, mi fa sentire fortunato. Sembra di essere invisibile, probabilmente per I piu’ lo sono (tranne quelli che intralcio nella loro corsa quotidiana), ma sembra come di assistere ad un film, di essere la telecamera, poi arrivi alla stazione della metropolitana di Canary Wharf. Canary Wharf e’ forse la stazione della Tube piu’ grande, sembra un formicaio visto dall’interno, dove tutte le formiche operaie cercano di uscire per compiere il loro dovere, agevolate dalle diverse, lunghe, scale mobile, che ti sputano in una piazza al centro della nuova City finanziaria di Londra. Ed anche li’ tutti si muovono in direzioni diverse ma tutti con lo stesso passo veloce, rapido, tra un “excuse me” ed un “sorry” biascicato per chiedere strada e per guadagnare un millisecondo sul proprio ruolino di Marcia, senza apprezzare quello che hanno intorno, un piacevole scorcio sui canali laterali del Tamigi, sulle quali rive hanno costruito tutti I grattacieli nei quali e’ stata sposato il centro decisionale della finanza Londinese. E’ una bella zona, ma nessuno di quelli che ogni mattina ci “scorrazzano” dentro apprezza. E vedere il sole tra le nuvole mi ha dato un senso di ristoro e tranquillita’.
Mi sento fortunato, come ho gia’ detto, perche’ sono ancora capace di apprezzare queste piccole ma piacevoli cose che danno alla giornata un “colore” diverso, e questo lo devo essenzialmente al mio background, alle mie origini che si fanno sentire ancora piu’ forti in queste occasioni.
Sono felice, e’ un ferragosto diverso, senza le persone care vicine, ma con la consapevolezza di avere la fortuna di averle e di essere quello che sono anche grazie a loro.
Buon Ferragosto a tutti… (Fernando Silvi) - 15/08/2014

sabato 31 maggio 2014

"Volevo solo vendere la Grattachecca" -di Daniele Mandrioli

In Italia, si sa, fare impresa non è cosa facile. Oltre al "rischio d'impresa" che ovviamente si tiene conto quando ci si lancia in una nuova impresa, c'è un rischio maggiore, poco conosciuto ma che paradossalmente alcune volte è decisivo: LA BUROCRAZIA. Già, perché in Italia la burocrazia opera per "compartimenti stagni" nel senso che i vari uffici, enti non si interfacciano tra loro: hanno cioè dei protocolli e procedure a sé. Quindi il "malcapitato" imprenditore deve "driblare" tra vari uffici, leggi (nazionali, regionali, provinciali e comunali) sempre diverse e molto spesso in contraddizione. Alte tasse da pagare ancor prima di iniziare, proprio come accade ai protagonisti della storia che riporto di seguito.

Questa storia però, può essere letta con una duplice chiave di lettura: quella dell'uomo comune e quella invece di chi sa come funzionano queste dinamiche imprenditoriali. Mi permetto a tal proposito di fare qualche considerazione personale:
- spesso quando si va in vacanza (come il caso dei protagonisti della storia) siamo più recepivi ed obiettivi su ciò che ci circonda e sulle iniziative economiche che in quel contesto hanno successo, e travolti dall'entusiasmo si pensa di voler duplicare quella stessa idea nella città di residenza;
- ci sono città più propense e disponibili ad un tipo di attività ambulanti: se vogliamo prendere ad esempio due grandi città possiamo dire che Roma è più propensa e Milano un "po' meno";
- la caratteristica che rende l'attività "ambulante" più complessa è l'aggiunta di bevande alcoliche nella grattachecca, in quanto ci sono forti limitazioni sulla somministrazione di bevande alcoliche;
- per la forma societaria avrei optato su una società in accomandita semplice o meglio ancora una cooperativa dove i soci posso risultare come "soci-lavoratori" evitando così ulteriori costi.

Leggendo questa storia mi è venuto in mente un libro che avevo letto qualche tempo fa "Volevo solo vendere la pizza" di L Furini e che avevo commentato su questo blog ( http://dantedalfonso.blogspot.it/2011/09/volevo-solo-vendere-la-pizza-di-lfurini.html )

E' una storia reale… ma la realtà alcune volte è ancora più complessa…(o dovrei dire drammatica). Fortunatamente in Italia ci sono ancora persona che nonostante le tante difficoltà burocratiche, hanno ancora voglia di fare impresa :)
Un ringraziamento all'amico Gianpiero per aver condiviso con me questa storia
Buona lettura


(di Daniele Mandrioli) - Siamo tre studenti universitari di Milano; dei ragazzi normali a cui, durante
una vacanza romana viene un’idea apparentemente brillante: esportare la grattachecca a Milano e renderla alcoolica, girando la città con un carretto. La nostra intenzione è realizzare una piccola attività di impresa dai costi di start-up pressoché irrilevanti e con un basso margine di rischio.  A settembre decidiamo di mettere in pratica questo progetto e iniziamo la nostra Odissea.
Per cominciare a orientarci, approfittiamo della gentilezza di un impiegato della sede Confesercenti di Milano, il quale ci spiega che, per poter vendere liberamente il nostro prodotto, è necessario svolgere un corso gestito dal CAPAC per conseguire la licenza di vendita e somministrazione di alimentari (durata 132 ore e costo pari a 552 euro di iscrizione escluso acquisto del libro di testo) e ottenere successivamente una licenza per vendita itinerante-ambulante da richiedere al Comune. Fin qui, la procedura ci sembra abbastanza semplice.
Le cose iniziano a complicarsi quando si tratta di costituire la società. Dopo aver chiesto pareri a parenti avvocati e amici commercialisti, decidiamo di  costituire una società in nome collettivo. Lo scoglio si chiama INPS. Ci rechiamo di persona nell’ufficio di Milano dell’INPS e veniamo a scoprire di essere obbligati a versare 3361,64 euro per ogni socio-amministratore più una percentuale sui guadagni che va ad alzarsi proporzionalmente al netto delle vendite. Iniziamo a vacillare: i costi stanno aumentando, ma forse siamo stati ingenui noi a non preventivarli. Continuiamo quindi il nostro giro informativo.
Consultando i disordinati siti internet di Comune e Provincia, veniamo a scoprire il divieto di somministrare alimentari in modalità itinerante-ambulante vigente in numerosissime zone della città (per intenderci, tutto il centro di Milano fino alle mura spagnole, oltre alla zona dell’Arco della Pace, etc…). Queste limitazioni, difficilmente giustificabili, ridimensionano il nostro progetto, ma teniamo duro: vogliamo informarci chiaramente sulle normative e trovare soluzioni, o per lo meno risposte, parlando direttamente con gli impiegati competenti. Oltre al problema delle limitazioni di vendita nelle zone più appetibili della città, un’altra questione rilevante è quali siano i requisiti e i vincoli in merito alla somministrazione, trasporto e possesso di materiale alcoolico. Decidiamo quindi di fare tappa all’ufficio dell’agenzia delle dogane. Qui, però, le nostre domande generano nuovi quesiti e nuove incertezze che sembrano poter trovare risposte esclusivamente in altri uffici. Gli impiegati ci avvertono della necessità di informare la Asl, di chiedere chiarimenti al Comune e addirittura di informarci dai vigili del fuoco per conoscere i requisiti necessari per la detenzione di materiale infiammabile. Storditi, visitiamo un ufficio Asl. Qui l’impiegata ci invita ad andare in un’altra sede (la sfortuna vuole che si trovi dall’altra parte di Milano) competente in materia. Peccato che questo ufficio si aperto esclusivamente la mattina, il che ci obbliga a rimandare l’incontro. Oramai convinti dell’impossibilità di rendere effettivo il nostro ambiziosissimo progetto di vendere grattachecche, ma testardi come muli, decidiamo di fare visita alla sede del Comune. Qui avviene di tutto: veniamo rimbalzati in almeno sei uffici diversi, nei quali entriamo in contatto con impiegati dalla disponibilità e competenza dubbia. Le nostre richieste di chiarimento non sono mai soddisfatte, anzi. Ogni nostro dubbio appare irrisolvibile per gli impiegati, i quali, come soluzione ad ogni problema, ci rimandano ad altri uffici confidando nelle competenze dei loro stimati colleghi.
Insomma, nel corso di questa frustrante visita, realizziamo, non senza amarezza, l’impossibilità di agire nel pieno rispetto della legalità e delle regole, perché prima di tutto non è possibile sapere quali siano queste regole e inoltre perché le poche conosciute limitano a tal punto la libertà di agire da far perdere tutto l’interesse per l’affare in questione. Le alternativepossibili ci appaiono dunque solo due: intraprendere l’attività in nero e disinteressarsi delle conseguenze, oppure lasciar perdere. Noi scegliamo la seconda. L’idea non si realizza, il progetto rimane sulla carta e nelle ore di tempo buttate. Questa conclusione ha il sapore della beffa: tre giovani che agiscono attivamente per realizzare un progetto così poco rischioso e così facilmente attuabile, devono desistere e arrendersi dinnanzi a un sistema che deprime l’investimento e incoraggia la fuga. Una sconfitta amara per dei ragazzi, che si traduce in una piccola sconfitta anche per l’Italia. Piccola sicuramente, ma forse il dramma è proprio questo.